Marco Paolini: “Vorrei fregare Biancaneve”

In un’intervista racconta il suo ultimo impegno teatrale e la sua ambizione di diventare telepanettone.

Paolini ritorna dove aveva cominciato. Riparte dal raccontare l’infanzia, l’età dell’incanto, come la definisce. E lo fa scegliendo per il debutto i giorni più “incantati” dell’anno: il periodo natalizio, il Capodanno.
“La macchina del capo. Racconto di capodanno”, il monologo teatrale che va in onda la sera del primo gennaio su La7, in diretta dall’ex-tribunale di Padova, è infatti una rivisitazione dei primi due capitoli degli Album, i racconti teatrali scritti tra il 1964 e il 1984 e messi in scena vent’anni fa, e che ora l’attore bellunese ripropone, riveduti e corretti, con un prologo ed  un epilogo nuovi. Con l’ambizione esplicita stavolta di parlare non solo agli adulti: «Sì, vorrei fare teatro per ragazzi in prima serata, durante le vacanze natalizie. Voglio proporre un “telepanettone” che freghi Biancaneve e diventi il nuovo classico di Natale, il mio Giornalino di Giamburrasca», spara Paolini che incontriamo in quel pensatoio artistico che è lo studio padovano della “Jolefilm”.

Così dopo vent’anni di teatro vissuto come impegno civile, atto d’accusa indignato contro stragi impunite e disastri annunciati, l’affabulatore magnetico di Vajont, decide di separarsi dalla sua barba per farsi piccolo e indossare i calzoni corti dei suoi dieci anni. Questo nuova avventura teatrale nasce da una scommessa, da una sfida personale: «Dopo anni di teatro del “disincanto” come antidoto al cinismo, mi sono chiesto se sarei ancora stato capace di trovare l’incanto, che poi è l’essenza stessa del teatro».

More...

Quello che prova a metterci quando scrive racconti per i nipotini.
A scanso d’equivoci, diciamo subito che la “fanciullezza” raccontata da Paolini è assolutamente refrattaria alla nostalgia che spesso mina gli ‘amarcord’ legati all’infanzia. «Il rischio della malinconia e della nostalgia, in effetti, è micidiale. Ce n’è fin troppa in giro: abbiamo appena finito di celebrare il ’68 e l’anno prima il ’77», afferma. «La nostalgia è un alibi per diventare storici a buon mercato: arriva l’anniversario e mi preparo un almanacco da pubblicare. E’ una delle ricette commerciali del palinsesto. E’ il virato-seppia sulla vecchia foto. E invece il mio non è neanche un “bianco e nero”, né tantomeno una parodia dei bambini-cretini alla Panariello, ma un racconto, con alcuni frammenti».
Un racconto che comincia con la nascita di Nicola, alias Marco, e arriva presto ai suoi dieci anni. Quindi invecchiato solo d’un paio d’anni rispetto a com’era in Adriatico, il primo degli Album (1987). «Giusto per poter immaginare in lui – precisa – alcune tentazioni più forti, alcuni passaggi più significativi, come quello dalle elementari alle scuole medie, dove iniziano a bocciarti».
E’ la storia di un “bambino prealpino” figlio di ferrovieri, che vive tra scuola, un campetto e la ferrovia, e che un giorno scopre il mare. Una scoperta che farà viaggiando in treno per la prima volta da solo, come da solo sarà in colonia: un passaggio iniziatico, un vero e proprio “esame di maturità”, e una severa esperienza di solitudine. Nicola si trova paracadutato a Cattolica alla colonia marina. «Per i bambini della nostra generazione c’erano pochi spauracchi più sinistri della colonia. Forse solo il riformatorio. “Se non ti comporti bene, ti portiamo in colonia”, era la più frequente minaccia dei padri in quegli anni». Ma sarà pure l’occasione per conoscere la signorina Susanna, conturbante accompagnatrice della squadra n.3, che ammalierà il ragazzo.

E poi c’è il calcio e le partite con gli sbarbatelli del quartiere con le regole inventate da chi porta il pallone; e altri giochi iniziatici, come la guerra tra bande, come nei “Ragazzi della via Pal” di Molnar. Il tutto ripreso dal secondo dei racconti degli Album che è Tiri in porta (1990). Ma era bravo a calciare il pallone il ragazzo Paolini? «Macché. Ed era un dramma al momento di fare le squadre venir scelto tra gli ultimi, quasi scartato. Un altro piccolo trauma perché, per dirla alla Meneghello, a quell’età ‘te dispiaseva no eser perfeto’», dice sorridendo.
Sullo sfondo stanno luoghi e situazioni “simbolo”. Come il treno: «Nicola usa sempre il treno. E’ figlio della ferrovia», come Marco, figlio di un ferroviere sindacalista della Cgil. «Va al mare, a Roma, dal Papa, sempre e solo col  treno e così racconta la città vista “del retro”, il ‘lato B’ del mondo. Perché treni e ferrovie sono sempre stati la porta di servizio della città. Così puoi descrivere   le interminabili file di baracche e gli sfasciacarrozze che sfilano davanti ai finestrini prima di arrivare alla stazione Termini». Un’Italia del passato che, in parte, esiste ancora. Della sua famiglia Paolini parla poco. «Temo troppo che mia madre si preoccupi nel sapere che le sto facendo il ritratto»ammette. «E allora Nicola è un figlio unico, mentre io ho un fratello. Peccato, però, dover rimuovere  le vicende tragicomiche vissute con lui, e i giochi perfidi ideati per il fratello minore».
Si parla invece di scuola, di maestri siculi  in scuole padane; d’interrogazioni e dell’irreparabile disastro rappresentato dal buco sulla pagina del quaderno. La tv, invece, non esiste, anche perché in casa Paolini il televisore è arrivato nel ‘67, quando Marco aveva già 11 anni. Così Nicola si diverte con altre immagini, col suo cinema-fai-da-te: «M’è tornato alla mente il gioco che facevo coi fosfeni, parola oscura, che ho incontrato per la prima volta alla lettura  dell’omonima raccolta poetica di Andrea Zanzotto: sono quelle sensazioni luminose provocate dallo strizzarsi gli occhi con energia. Da piccolo ci fai dei film in quel modo. Federico Fellini rammentava in una vecchia intervista quell’operazione come il suo primo cinema».
E qui lo scavo nella memoria di Paolini si fa minuzioso, ossessivo, di un minimalismo anche sensoriale. I particolari evocanti sono un continuo assist alla memoria: si va dai cibi come il succo di frutta Zuegg, al mitico cremifrutto Altea; dalle palline di plastica con la foto dei calciatori ai vari tipi di ricostituenti. «Perché la nostra generazione appariva bisognosa di ricostituenti, tipo l’olio di fegato di merluzzo. Non eri mai immune del rischio del rachitismo o della tubercolosi, e ho ben impresso nella memoria l’immagine dei camion dell’istituto di profilassi che venivano a vaccinarti a scuola. Insomma, ho cercato di torturare la memoria in cerca di dettagli vividi che brucino, che facciano corto circuito», spiega. Per caso a causa di un’infanzia infelice? «No, normalissima. Piena, però, di quei passaggi difficili, di quelle solitudini che porta ogni fanciullezza e adolescenza, quando siamo come delle bisce che cambiano continuamente pelle». Un’esperienza comune, quindi, ma proprio per questo, forse, capace di dire qualcosa, facendo ridere o commuovere, anche ai ragazzi e agli adulti d’oggi.
E qui riemerge il Paolini provocatore, che giura di non voler fare confronti  con i bambini e le famiglie d’adesso, anche perché lui di figli non ne ha; ma  non nasconde uno scorato, critico sguardo sull’oggi. «Quand’ero ragazzo io, c’era un rapporto numerico tra adulti e bambini ancora a vantaggio nostro, così si riusciva a evadere dalla vigilanza dei grandi in modo più facile di oggi. Eravamo in tanti e si contava di più», gli sfugge. «Voglio dare vivezza a un immaginario giovane in un Paese vecchissimo. E forse proprio dalla constatazione di vivere in una società italiana decadente nasce la mia voglia di raccontare la fanciullezza ora che da merce di largo consumo è diventata roba di boutique, ora che i bambini sono una specie protetta come i panda. E una società solo adulta atrofizza fatalmente la capacità di sognare, di conoscere il mondo con occhi infantili», osserva il “fanciullo” Paolini. E se questa non è la morale  della favola, ci assomiglia davvero molto.

Leave a Reply