Archive for novembre, 2008

Joe Bonamassa in concerto al New Age Club: Storia di un Vero Uomo e della sua Chitarra

27/11 Roncade (Tv). Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Ieri sera però Joe Bonamassa ha indossato un paio di occhiali da sole per tutto il suo concerto, tanto lui l’anima la spara sul pubblico attraverso la fidata chitarra. Arrivo presto, prestissimo, attendendo con ansia uno dei miei idoli musicali. Joe é l’erede di BB King, é il profeta bianco di un filone musicale che forse non ha più motivo di esistere, o che forse in questi giorni ne ha diritto sempre di più. Quello che colpisce come una temporale di mezza estate é che con il blues non si può scherzare: o metti a nudo tutto te stesso oppure sei finito. Joe quindi ieri ha rivissuto sul palco del New Age tutte le debolezze, tutti gli scatti di orgoglio, tutte le ricadute che si sono accavallate nella sua vita.

Se ne esce come un pincopallo qualsiasi, ed effettivamente per i più lo é, ma quando imbraccia la chitarra cambia tutto. La fa urlare di paura, la fa gridare di rabbia, la fa vibrare di speranza per un futuro migliore (Bridge to Better Days); non é più un semplice strumento musicale, é la coscienza fatta musica. Quando canta non schiaccia mai sull’acceleratore, una sorta di pudore lo porta a smorzare i toni (mentre lo ascolto mi viene in mente l’Urlo di Munch, con quella faccia disumanizzata, e per questo ancora più umana, che urla squarciando silenziosamente la tela). Poi si allontana dal microfono, lascia stare il plettro ed inizia a dialogare con la sua chitarra, e lì i canali straripano, non ci sono più dighe a contenere il fiume in piena.

Se ne sta lì, davanti a me, mentre insegue misteriosi sentieri creativi, e non può fare altro che piegarsi sotto al peso del suo flusso di coscienza. Trema tutto quando arriva ad incantarsi su un accordo, fino a ripeterlo ossessivamente quattro, cinque, dieci volte sentendo che é quello giusto, é quello da sparare sulla folla. Poi si inerpica su ritmi più veloci per dimostrare che un uomo ha debolezze da vendere, ma ha anche l’orgoglio di non toccare mai il fondo. Due o tre volte alza il pugno esultante, mentre il pubblico lo applaude convinto, poi abbassa lo sguardo e si porta l’indice davanti al naso chiedendo silenzio. Non vola una mosca: le corde della chitarra acustica vibrano lievemente citando l’Autunno di Vivaldi, Robert Johnson, BB King e tutta la tradizione blues che ci viene dietro. Non ce n’é più per nessuno, rimaniamo tutti basiti, mentre vicino a me un ragazzino con la maglietta dei Led Zeppelin ciondola la testa annuendo ed una signora di mezza età chiude gli occhi per l’emozione.

Alla fine del concerto Bonamassa se ne va come era arrivato: in punta di piedi. Guarda il pubblico, due o tre secondi di pausa, e attacca col classico intro di Robert Johnson, il sovrano del Delta Blues anni ’30, per ricordare a se stesso dove tutto quanto é cominciato. Poi scompare dietro le quinte, mentre io mi sento riconoscente: Joe mi hai mostrato chi é un vero uomo.

Stavo per andarmene quando vedo una ventina di persone davanti al palco che fissano qualcosa per terra: il suo plettro! Mentre un ragazzo tenta di arpionarlo con una sciarpa scavalco le transenne e salgo sopra lo stage, lo raccolgo e me lo metto in tasca. Lo so, lo so… E’ roba da adolescenti, ma sapete che vi dico? E chi se ne frega. Soddisfatto del bottino mi accendo una sigaretta appena fuori dal locale, e chi mi trovo davanti? Esatto, proprio il buon Bonamassa che si beve una tazza di the caldo. Mentre firma degli autografi gli dico nel mio inglese stentato: “I’ve stolen your guitar pick!” (col tono da sedicenne idolatrante), e lui (ridendo) “Ooooh! Have you stolen my guitar pick?“. “Yes, but now it’s mine!“.

E guai a chi me lo tocca.

The Double Club Opening Party

Un progetto presentato dalla Fondazione Prada e concepito dall’artista tedesco Carsten Höller. The Double Club. (7 Torrens Street – London EC1V 1NQ)

Un bar, un ristorante e un dance club dove il Congo incontra l’Occidente
Un bar, un ristorante e un dance club dove l’Occidente incontra il Congo

Un’installazione temporanea della durata di 6 mesi. Lo spazio, suddiviso tra bar, ristorante e dance club, è situato in un magazzino d’epoca vittoriana e presenta il meglio dell’arte, del design, della cucina e della musica delle culture occidentale e congolese. L’artista ha diviso ogni spazio in parti uguali, occidentale e congolese, per rappresentare gli elementi più vitali di entrambe le culture, tra cui musica, cibo ed estetica. In un’atmosfera elettrizzante che ricorda un vivace nightclub di Kinshasa trasferito ai margini dell’East London, l’inaugurazione di The Double Club nella serata del 21 novembre scorso ha contribuito a definire il livello di ecletticità che dovrebbe contrassegnare la vita notturna di una grande metropoli. Il cortile centrale ha accolto una coorte di invitati conquistati dall’atmosfera del locale che si sono trattenuti fino alla chiusura nelle prime ore del mattino.

Tra questi, l’attrice Jaime Winstone insieme al fidanzato Alfie Allen, vari rappresentanti del mondo della moda, il couturier di cappelli Stephen Jones e la designer di gioielli Lara Bohinc. Il leggendario produttore discografico Arthur Baker si è unito all’attore di “Lock & Stock – Pazzi scatenati”, ad Ade, alla rockstar nonché figlio d’arte Natt Weller e a Coco Sumner. A mezzanotte, il ristorante ha ospitato un’estemporanea performance canora della stilista Pam Hogg, seguita a ruota dalla band di rumba congolese Africa Jambo. Star del calibro di Bryan Ferry, Miuccia Prada, Sharleen Spiteri e la modella Kristen McMenemy hanno preferito l’atmosfera neo-cabaret, mentre nella discoteca glam la musica alternava i classici dance congolesi alla ritmata nu-disco di Steve Mackey e Nathan G. Wilkins con un dance floor circolare che ruotava sotto le luci sfavillanti.

Guarda tutte le foto della serata

15 novembre 2008: passerella record per le modelle di Rosy Garbo!

105 metri di passerella per una sfilata da record al Palazzo Tendenza del Net Center di Padova: la stilista padovana Rosy Garbo ha mostrato  alla stampa e centinaia di invitati la sua nuova collezione d’alta moda.

 

Ben venticinque le modelle italiane e straniere (quelle dell’Est si notano subito per l’altezza e il colore dei capelli..) che hanno indossato quasi ottanta capi in tessuti pregiati come seta, raso e lana con l’immancabile uscita in abito da sposa: tra le più apprezzate le bellezze venete Michela Cagnin e Annapaola Xodo che giocavano in casa.

 

 A sorpresa è poi uscita la madrina della serata Katia Ricciarelli cantando l’Ave Maria che però molti avranno solo sentito in quanto si è fermata a metà percorso. La voce non sarà più quella dei tempi d’oro ma la presenza scenica non manca all’ex signora Baudo, che ha preferito glissare sull’argomento matrimonio. Intanto sta per uscire al cinema nel nuovo film di Pupi Avati confermando di essere una vera e propria “cantattrice”.

Gran finale con l’uscita in sala per i meritati applausi della fashion designer insieme al figlio Mauro Belcaro che si è occupato della regia del defilée e che si sta facendo largo nel settore con il marchio NYC.

Tra le bellissime donne nel backstage c’era anche Barbara Di Palma, la quasi Miss Italia 2000 (l’anno della Zamparo!) inviata Rai de “La vita in diretta” che nell’occasione ha ritrovato dei vecchi amici. L’aftershow dopo un affollato cocktail spazzolato velocemente dalle “cavallette” è continuato all’ultimo piano del vicino Hotel B4 con una cena a buffet e poi al Q dove i più giovani hanno tirato tardi ballando tra fiumi di bollicine.

Guarda tutte le immagini della serata

Paolo Braghetto

Afterhours in Concerto: il Nostro Reporter Prima si Arrabbia e poi Lecca l’adrenalina

22/11 – Rimini. Sarò sincero: non chiedetemi di essere imparziale perché sarò parzialissimo. Non chiedetemi di lasciare fuori dalla porta la passione per gli Afterhours perché mi rientra dalla finestra senza controllo. La band di Manuel Agnelli è una scoperta degli ultimi mesi, è un’infatuazione di quelle ancora al primo stadio, quando la razionalità non è ancora arrivata ad annacquare l’istinto.

Salto in macchina dal veneziano con la curiosità di vedere se di lì a poco, al Velvet di Rimini, le mie aspettative saranno deluse o meno, una sorta di “primo appuntamento” con il gruppo milanese. Di pubblico non ce n’è tantissimo, quindi mi metto vicino al palco chiedendomi quale canzone aspetto di cantare più delle altre. Conclusione: tutte. Con una mezz’ora di ritardo le luci si spengono e dall’oscurità esce Manuel, camicia nera, pantaloni neri, capelli neri,  imbracciando una chitarra acustica con fare sbrigativo. Si pianta davanti al microfono ed inizia la sottile nenia dell’intro di “You Know You’re Right” dei Nirvana: sottovoce, quasi sussurrando “I will never bother you/I will never promise to/I will never follow you /I will never bother you”… Ma il pubblico non esiste, è la condizione di chi, da solo su un palco, combatte con i propri demoni ad occhi chiusi. Canta per lui, solo per lui Manuel, per trovare un ordine in quella battaglia che ad ogni concerto si rinnova. Poi l’urlo “yeeee… yeeee… You Know You’re Right, You Know You’re Right” ripetuto all’infinito porta tutti a toccare l’essenza del rock. Chitarra, voce, rabbia e fanculo a tutto il resto.

Entrano gli altri sul palco ma Manuel succhia tutta l’attenzione delle prime file. Se ne sta lì, impalato, biascicando uno striminzito “Grazie” alla fine della seconda canzone, ma è magnetico. Calamita umana, canta ad occhi chiusi per quasi tutto il concerto, mentre qualche problema audio si inizia a far sentire. Giorgio Ciccarelli (il batterista) parla a distanza col fonico, mentre anche gli altri componenti comunicano fra di loro a gesti per capire se tutto sta andando per il verso giusto.

La vera sorpresa degli Afterhours sono gli arrangiamenti live. L’ultimo album “I Milanesi Ammazzano il Sabato” é caratterizzato da delle complesse strutture compositive (quasi cinematografiche), che però sono state riprodotte mirabilmente on stage. Enrico Gabrielli (fiati e percussioni) passa dal sax all’armonica a bocca, dal flauto a dei piccoli tamburi, ad altri strumenti che dire strani è un eufemismo, mentre gli altri si smazzano dandoci dentro fra batteria, chitarra e basso. Se ne vanno le prime canzoni, dove “Neppure Carne da Cannone per Dio”, con il suo ritornello ossessivo, fa la sua maledetta porca figura.

 

Qua iniziano i guai: la parte centrale del concerto è fottutamente meno rock, con canzoni, prevalentemente dell’ultimo album, dal ritmo lento e dal tono cupo. Anche questa è un’anima degli Afterhours, ma in un concerto fatemi sfogare, fatemi andare via di testa, le canzoni ce le avete! Mi sento tradito dalla scaletta e durante “I Milanesi Ammazzano il Sabato” incrocio le braccia, che cantino gli altri se sono contenti. Io aspetto “Sui giovani d’oggi ci Scatarro su”, “Male di Miele”, urlate a chitarra distorta, aspetto di perdere la voce su “Voglio una Pelle Splendida”. Amante ferito, dentro di me li mando tutti a quel paese.


Read more

In cucina con Terry Giacomello

C’è chi dice che le prossime star della nightlife non saranno più i dj, ma gli chef. Se questo è vero un posto d’onore alla consolle dei fornelli lo merita Terry Giacomello. E’ uno dei pochissimi italiani ad aver lavorato al El Bulli, probabilmente il miglior ristorante al mondo secondo la guida Michelin. Per andare a cenare lì bisogna mettersi in fila ed aspettare parecchio, anche più di un anno. Nel ristorante di Roses (Girona) era capo-partita di Ferran Adrià, quello della cucina molecolare e dei sifoni. Ma ha avuto anche altri illustri maestri, come Marc Veyrat, Michel Bras, Sergi Arola, tutti chef stellati. Giovedì 20 novembre ha preparato una cena speciale all’Asha di Treviso. La curiosità era tanta, la fame pure.
Con molta disponibilità Terry ci ha permesso di partecipare alla creazione della cena in cucina e fotografare il dietro le quinte. Dice che anche il grande Adrià non si è mai montato la testa.


Come definiresti la tua cucina?
Creativa, tecnico-emozionale, di ricerca.

Cosa hai imparato lavorando con Ferran Adrià?
Moltissimo. La totale professionalità, la conoscenza della materia prima, il ragionamento: perché faccio questa cosa rispetto ad un’altra. Mi ricordo di un piatto che è stato cambiato 13 volte in 6 mesi al El Bulli, aggiungendo qualcosa, cambiando un ingrediente, una lavorazione. Non era mai uguale.

Parlando invece delle tecniche di cucina…
La cottura sottovuoto, la cottura a temperatura molto basse che questa sera ho usato per il baccalà (merluzzo nero appoggiato su una purea di boniato, fughi porcini, caramello tostato, traccia di limone in salamoia e fiori acri) ed alcuni tagli della carne. E’ normale che un’esperienza così ti segni.

Però poi puoi proporre i tuoi piatti e le persone che vengono a cena da te non scelgono dal menù, ma ti danno la fiducia…

Ti da più liberta. La libertà di fare la cucina che vuoi, non sei obbligato a fare il brasato con il purè. Ma ti mette anche grande pressione. Le persone che vengono a cena da me sanno dove ho lavorato e hanno grandi aspettative. Quando cucino, se sbaglio sono il primo a pagarne in prima persona.

Appunto com’è stato il rientro in Italia dopo l’esperienza spagnola?
Questa è una domanda cattiva. Difficile. L’Italia non è pronta per una cucina così. Deve crescere ancora la cultura gastronomica. Da noi c’è amore per la cucina tradizionale, ma appena si propone qualcosa che esce dagli schemi è difficile mandare avanti un ristorante.

Quali sono i piatti più sorprendenti della cena di questa sera all’Asha?
La zuppa di albume d’uovo con cous cous di limone, pane al malto e basilico soffiato. Perché c’è l’uovo. Non è facile mangiare un piatto fatto per la maggior parte d’albume. Anche il dolce non scherza: tutto giocato sul contrasto di sapori tra il dolce della mousse al big babol, il salato dei cubetti di mozzarella e l’acido della zuppa di cactus alimonata. Si deve mischiare tutto insieme.


Una cena si svolge in un paio d‘ore, ma quanto tempo ci vuole per prepararla?
Almeno un paio di giorni. Per studiare il menù, preparare gli ingredienti. Ad esempio i piccioni che ho cucinato stasera sono stati tagliati ieri per dare modo alla carne di asciugarsi. Bisogna preparare la linea, spiegare ai cuochi che lavoreranno con me la preparazione dei piatti. Un’altra cosa molto importante che ho imparato da Adrià è il fare squadra. Al El Bulli eravamo in 38 in cucina e 20 in sala. Qui all’Asha appena in 6 in cucina, devo ringraziarli tutti loro se la cena è riuscita bene.

Guarda la gallery completa