James Blunt: Vittoria Esterna al Palaverde
Villorba (TV), 30 0ttobre – Non era semplice, chi c’era ieri sera lo ha constatato. Arrivo al Palaverde non sapendo cosa aspettarmi, o meglio, tentando di non farmi illusioni. Altre volte avevo visto maggiore calca agli ingressi, maggiori folle di ragazzi eccitati al pensiero di vedere il proprio beniamino di turno on stage. Entro mentre i The Bishops, interessante questo gruppo di teenager molto brit style, spargono il loro verbo intriso di sound Sixties davanti ad una folla che via via, silenziosamente, va aumentando. Le ragazzine sono già in prima fila con la macchinetta digitale in pugno, non importa molto a loro della band dei gemelli Bishops (basso e chitarra), aspettando l’uscita di colui che non viene più chiamato per nome e cognome, ma “il Figo”.
Eccoci. Si spengono le luci e l’elettricità inizia a salire. Esce, chitarra acustica in pugno, le ragazze urlano. Lui sorride, ed ecco la prima sorpresa: è uno che sa stare sul palco, senza salti e lazzi alla Mick Jagger certo, ma non è una cosa automatica in un artista. E’ vestito come un impiegato di banca: camicia, cravatta e completo grigio. Le prime canzoni sono molto “Blunt” style, ballate caratterizzate dal gusto per il ritornello semplice ed immediato, giuste per iniziare a far salivare chi i suoi testi li sa tutti a memoria. Forse un po’ di ritmo in più in apertura non guasterebbe, almeno per scaldare un po’ la folla. Ma lui attira, poco da dire. Ha uno sguardo sincero, da bravo ragazzo, e si sente che quello che canta gli viene da dentro.
Da osservatore mi sento in bilico: mi hai sorpreso, James, ma non c’è quel coup de théatre, quel brivido che sale lungo la schiena per potermi dire emozionato. Invece l’emozione arriva, inaspettata, e per questo ancora più bella. Ad un certo punto si siede al piano e parla, quasi sottovoce, al pubblico: “This song means a great deal to me”. Ed attacca il primo giro d’accordi di “No Bravery”, chiude gli occhi e si emoziona, e la gente non può che fare altrettanto. Questa canzone tratta della sua esperienza in Kosovo nel 1999 (ha lasciato la vita militare nel 2002), e rivela che James Blunt ha molte cose da dire. Mentre il pianoforte accompagna la sua voce in un viaggio nella memoria, i due maxischermi a fianco del palco proiettano delle immagini amatoriali, in bianco e nero, girate dal Blunt soldato. La gente canta sottovoce, quasi non volesse disturbare chi ora li sta guidando, quasi non volesse rovinare l’atmosfera. “And I see no bravery/ No bravery in your eyes anymore./ Only sadness”.
Bravo, grazie.

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