[15/07/08] Come ti domino il palco a 51 anni suonati: la lezione di Siouxsie

Sono le 19 in punto quando i cancelli della splendida area verde designata ad ospitare lo Spaziale Festival si aprono e si cominciano a staccare i biglietti di una processione di fan giunti dai quattro angoli d’Italia in un vero e proprio pellegrinaggio: sappiamo che colei che si appresta ad officiare latita dal suolo italico da anni e difficilmente si rifarà vedere molto presto una volta lasciatasi alle spalle le tre date nazionali in supporto al suo primo disco solista.

Già, Mantaray: nonostante un paio di riempitivi, è una ripresa di alcuni degli stilemi dei primi lavori (oggi bagnati da una seconda giovinezza da band idiomaticamente New Wave come gli Interpol) mischiata con un sound moderno, con largo uso di percussioni, filtraggi e overdrive in un godibile, variegato, sincero e mai banale album che affonda le sue radici in quattro decenni di musica, forse IL mio preferito del 2007.

Siouxsie, per l’anagrafe di Sua Maestà Susan Janet Dallion, si fa attendere: compare sul palco dello Spaziale Festival alle 22 circa, tre ore dopo l’apertura dei cancelli, salutando in uno stentato italiano e con un sorriso sornione il pubblico incantato, e rimarca l’eterogeneità di un assortimento di età dai 17 ai 71 anni mormorando “mmmhh… Tutti frutti!”.

Forte del supporto di musicisti incredibilmente talentuosi e versatili, Siouxsie intona “They Follow You”, uno dei miei brani preferiti del nuovo disco, reminescente dei temi di John Barry per 007, per poi lanciarsi in una esaltante versione di Kiss Them For Me, spogliata dell’elettronica all’origine presente nel ballatissimo singolo del 91, noto al grande pubblico – ahimè – per aver graziato lo spot di un orologio.

Gli anni hanno sovrapposto al suo timbro inconfondibile una sfumatura più grave e ruvida che mi riporta alla memoria quello di vocalist come Grace Slick (che adoro) ma non hanno intaccato il fisico: la cinquantunenne Siouxsie si lancia in acrobazie, salti e spaccate che mi fanno cadere la mandibola al suolo.

Con i vari Mick Jagger, Lemmy, Paul Stanley è anzi tra coloro che più passano gli anni, meglio si dimostrano in grado di domare assembramenti di fan scalpitanti fino a farli leccare dal palmo della propria mano.

La mattanza prosegue con una selezione dal recente album solista inframezzata da amatissimi classici dei Banshees e dei Creatures (Happy House, Christine, Israel, Right Now) e da una spettacolare cover della signature song di Nancy Sinatra, These Boots Are Made For Walkin’.

Con Cish Cash, pezzo dei Basement Jaxx cui Siouxsie ha prestato la voce nel 2003, si conclude un’ora e mezza di spettacolo che lascia facilmente scendere la lacrimuccia a chi, come il sottoscritto, ne vorrebbe ancora, ancora e ancora, ma che torna a casa con la consapevolezza di aver preso parte a un evento unico.

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