Archive for luglio, 2008

[15/07/08] Come ti domino il palco a 51 anni suonati: la lezione di Siouxsie

Sono le 19 in punto quando i cancelli della splendida area verde designata ad ospitare lo Spaziale Festival si aprono e si cominciano a staccare i biglietti di una processione di fan giunti dai quattro angoli d’Italia in un vero e proprio pellegrinaggio: sappiamo che colei che si appresta ad officiare latita dal suolo italico da anni e difficilmente si rifarà vedere molto presto una volta lasciatasi alle spalle le tre date nazionali in supporto al suo primo disco solista.

Già, Mantaray: nonostante un paio di riempitivi, è una ripresa di alcuni degli stilemi dei primi lavori (oggi bagnati da una seconda giovinezza da band idiomaticamente New Wave come gli Interpol) mischiata con un sound moderno, con largo uso di percussioni, filtraggi e overdrive in un godibile, variegato, sincero e mai banale album che affonda le sue radici in quattro decenni di musica, forse IL mio preferito del 2007.

Siouxsie, per l’anagrafe di Sua Maestà Susan Janet Dallion, si fa attendere: compare sul palco dello Spaziale Festival alle 22 circa, tre ore dopo l’apertura dei cancelli, salutando in uno stentato italiano e con un sorriso sornione il pubblico incantato, e rimarca l’eterogeneità di un assortimento di età dai 17 ai 71 anni mormorando “mmmhh… Tutti frutti!”.


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Soundlabs Festival 25/26 luglio 2008

25 luglio

Pescara – Roseto Degli Abruzzi, mezzora di macchina, sigarette e tante cazzate in compagnia. Tanto basta per raggiungere lo Stadio Fonte Dell’Olmo, dove questa sera inizia la dodicesima edizione del Soundlabs Festival.

Arrivo, ritiro il pass e appena entrato in area concerti ho un dejà-vu, una sensazione già vissuta. Sì, già, quattro anni fa, ancora diciannovenne mi recai qui ad ammirare le gesta di Manuel Agnelli e soci, Giardini di Mirò e Linea 77. E appena calco l’entrata dello stadio non sembra essere cambiato nulla da allora. Il palco, il bar, le bancarelle sembrano essere state lì per anni. L’impressione dura pochi secondi: facce nuove, dialetti che si mescolano, ragazze e ragazzi dai capelli biondissimi mi fanno capire che in questi quattro anni il Soundlabs abbia aperto un bel po’ gli orizzonti, richiamando un pubblico che questa sera, di abruzzese sembra avere ben poco. Cinque minuti per maturare questa mia tesi, ed é tempo della performance di Vasco Brondi meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica. Questa sera è accompagnato da Giorgio Canali, una delle leggende del rock alternativo italiano (un nome su tutti: CCCP, può bastare?), uno di quelli che le esperienze ce le hanno tatuate sui solchi della pelle. Performance poco convincente per il giovane ferrarese, autore di un songwriting ispirato e metaforico ma che alla lunga risulta ripetitivo e fine a se stesso. E infatti sono proprio i testi il tallone d’Achille (o di Vasco in questo caso), la ricerca forzata dell’originalità di scrittura, rende complessivamente il contenuto banale e forzato. Plauso invece per Giorgio Canali, che presta il suo tocco di vivacità ai brani, con delay acidi e mai banali. Cambio palco, linecheck e performance dei Girls In Hawaii. Devo dire che questi ragazzi, provenienti dal Belgio, ci sanno fare e come. Autori di un pop ben contaminato, mai ripetitivo e raffinato, si cimentano in una performance perfetta, senza sbavature e dai suoni molto ben curati. La loro musica è accompagnata da un supporto video, proiettato su televisori a tubo catodico, di quelli che non se ne vedono quasi più, per dare un tocco cinematografico, e perché no, nostalgico, al tutto. Tempo di scolarsi una birra e sale sul palco Micah P. Hinson, simpatico e occhialuto ragazzotto texano che a giudicare dal look sembra uscito dalla contea di York. Parte con un paio di brani dal sapore country, tanto che il pubblico inizia già ad azzardare paragoni con l’intoccabile Johnny Cash. Quando incomincio a maturare l’ipotesi che a breve mi passeranno tra i piedi dei simpatici torelli da latte usciti da un rodeo, il caro Micah imbraccia la sua Fender Jaguar e incomincia a macinare note acide, dissonanti, estremamente noise. Talmente noise che vado al bar e mi ordino un’altra birra, che finisco appena i Blonde Redhead attaccano il jack alle loro chitarre. Dal trio italo-canadese mi aspettavo qualcosina in più, sicuramente il set era ben curato nei suoni e nelle atmosfere, ma l’ho trovato anche molto freddo e distaccato, con un approccio “formale” sullo strumento, trattato a mio parere come un collega di lavoro che non ti é simpaticissimo, uno di quelli che saluti all’entrata e all’uscita dall’ufficio.

26 luglio

Oggi mi sono concesso un pomeriggio al mare e perciò arrivo leggermente in ritardo allo stadio Fonte Dell’Olmo, quando i Peter Kernel, sostituti di Lightspeed Champion, hanno appena finito il loro set. Poco male, tempo dieci minuti e salgono sul palco gli Enon, che alla vista sembrano una brutta copia dei Blonde Redhead. La musica smentisce la mia impressione iniziale e dopo aver seguito la loro performance attentamente devo dire che i tre yankees non sono affatto male. Suoni e brani orecchiabili, conditi con giri di basso belli rotondi e batteria che miete vittime. Finita la loro performance, non rimane che attendere con curiosità i tanto acclamati Offlaga Disco Pax. Testi che attingono dalla vita comune e da nostalgie politiche con cassa a quattro; binomio inusuale ma efficace quello proposto dal gruppo reggino, che offre un bel set, magari poco coinvolgente dal punto di vista emotivo, visto che un po’ di “fisicità” nel live non ci sarebbe stata male, ma comunque apprezzata dal sottoscritto e dai presenti. Linecheck abbastanza lungo per i Mogwai, forse il gruppo più atteso del festival, che alle 23.45 sale sul palco del Soundlabs. Poche parole, tanti fatti; chitarre che si incastrano creando trame ipnotiche, giri di basso che accarezzano e schiaffeggiano al contempo, batteria che, quando il pedale batte sulla grancassa, ha il sapore di un pugno nello stomaco. I Mogwai offrono una performance emozionante, che punta dritto al cuore dello spettatore, il quale, ogni volta rimane spiazzato dalle improvvise tempeste elettriche. I cinque scozzesi legittimano così la paternità di un genere, dal quale molti gruppi, ora super acclamati dalla stampa, attingono a piene mani. Un concerto che è valso un festival intero, e se il Soundlabs lo lasci col sorriso stampato in faccia, significa che questo sorriso va conservato per la prossima edizione.

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Europe @ Ascoli Piceno

Il concerto della mitica band anni’80  in Piazza del Popolo

Cosa c’entra un concerto alle soglie dell’Heavy Metal, se pur dichiaratamente soft, con una Piazza Rinascimentale del 1500?
E’ la domanda che ci siamo posti un po’ tutti, sudati ed assetati (stop vendita birra ore 19, manco fossimo Hooligans) alla fine delle due ore di rock puro offerto dagli Europe, sabato 26 Luglio ad Ascoli Piceno. Ci si potrebbe riempire la bocca con parole del tipo ‘diversificare’, ‘accostare generi e stili’, ‘mettere in relazione un linguaggio giovane con la cultura di uno spazio’, ecc. “Ma noi siamo scienza e non fantascienza!”, come diceva qualcuno.

Sicuramente un cattivo voto meritano i buttafuori, energumeni con sete di potere per un giorno, disinformati e disinteressati, baldanzosi eroi nei confronti dei fan entusiasti, ma incapaci di bloccare un esaltato prima che placasse Tempest durante un brano e un pazzo poi, che su ‘the final countdown’ si arrampicava su un traliccio dell’americana del palco fino a circa 10 metri d’altezza: Baudo e Cavallo Pazzo docet!

La qualità fonica, sicuramente sottopressione per questioni di decibel (rock in una piazza del 1500?), ha creato problemi al povero Joey per tutto il concerto, a tal punto che lui stesso ha staccato più volte fili e cavetti, lanciandoli in malo modo ai tecnici di palco; e che qualcosa non andasse nel verso giusto lo si era capito: problemi con le spie, con i cavi delle chitarre, la band che faticava a sentirsi in scena, pezzi di testo saltati a piè pari…insomma un concerto in salita.
Ed è per questo che agli Europe, non da nostalgici, né da fan accaniti, diamo un bel 8!

Bravi; 2 ore di fuoco con chitarre e bassi da percussione; un Joey Tempest in piena forma, anche se 45enne, con tanto di asta bianca da riporto. Hanno regalato un viaggio tra pezzi orecchiabili di rock puro suonati a dovere con grande professionalità, presenza scenica e generosità. Un concerto essenziale che trasuda energia. Brani amati, noti e poco noti, che ancora, dopo vent’anni, lasciano intendere che forse il grande successo anni ’80 degli Europe non sia stato un caso legato ad uno o due pezzi ‘azzeccati’, ma un naturale evolversi del progetto di un gruppo di innegabile talento e che sa ‘fare’ musica.

24 luglio: Rem a Villa Manin

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Non c’è niente da fare: i REM sono di un altro pianeta. La differenza si sente e soprattutto si nota subito. Basta vedere l’entrata in scena della band per capire che la serata sarà un successo. La folla è già in delirio quando mettono il primo piede sul palco. Micheal Stipe e soci non deludono i fan, concedendosi alle ovazione e agli applausi. Potrebbe essere la fine, invece, è solo l’inizio di un concerto ben suonato e ben organizzato da Azalea Promotion. I REM però non sono una boy band e alla presenza scenica aggiungono una grande capacità di usare gli strumenti e di cantare live, captando le emozioni della folla.

Il concerto vero e proprio inizia qualche ora prima quando gli Editors, come impiegati del catasto svizzero, cominciano a suonare dalle 20. Sono ancora nel parcheggio quando attaccano con “An End Has A Start”, la loro canzone forse più famosa che passa su Virgin Radio. Peccato perché avrei voluto gustarmeli meglio, visto che si dice un gran bene di loro, ma finiscono per fare da sottofondo mentre giro intorno alle mura in cerca dell’ingresso. Finalmente si arriva nel grande prato della villa, già ben affollato di gente. L’atmosfera è quella giusta, il sole tramonta sulla destra, il palco è bello grande e gli Editors ci danno dentro con la loro miscela di rock e new wave inglese. Sono uno di quei gruppi che da soli potrebbero valere il prezzo del biglietto. Dopo averli ascoltati qualcuno potrebbe essere tentato di dire snobisticamente: “io ero qui solo per loro, il resto non mi interessa” e defilarsi. Invece il meglio deve ancora venire, nessuno si muove, anzi il pubblico continua a crescere.

Si attende che scenda il buio, si scoprirà più tardi il perché, per adesso lo stage è solo una quinta nera. Poi finalmente si accende un grande schermo e salgono sul palco Micheal Stipe, vestito in giacca e cravatta, e soci. La loro immagine è moltiplicata, non per effetto delle birre che si sono bevute, ma grazie al gioco di specchi creato dalla scenografia. Il retro palco è costituito da 5 colonne video e un grande pannello dove vengono proiettate le immagini della band scomposte come un quadro cubista, seppiate e virate in diversi colori. Durante tutto lo show c’è una telecamera che li riprende da diverse inquadrature e in primi piani.

La prima parte del concerto è dedicata alle canzoni dell’ultimo album “Accelerate”. Il concerto ha un buon ritmo, alterna pezzi veloci con belle ballate, come quando Mike Mills si mette al piano e Micheal Stipe intona “Nightswimming”. L’apice giunge con “Losing My Religion”, Micheal Stipe scende tra il pubblico per farsi abbracciare dai fan che non aspettano altro. L’ultima parte è un’infilata di pezzi pazzeschi, composti in questi 20 anni: “The Great Beyond”, “Bab Day”, “Hollow man”. Dopo quasi due ore i Rem riescono per i bis, conclusi da “It’s the End of the World as We Know It” e “Man On The Moon”. L’impressione è che l’uomo sulla luna non sia Andy Kaufman, ma Micheal Stipe, davvero istrionico e ispirato questa sera.

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22 luglio 2008: Live for Emergency in Piazza San Marco

”Sto andando al concerto di Vinicio Capossela!”, ho detto di fretta, entusiasta, con la fotocamera in mano, alla mia coinquilina trovandola sull’uscio di casa. Certo, era lui che mi interessava soprattutto, tra i tre grandi protagonisti dell’evento Live for Emergency in Piazza San Marco. Mi permetto di arrivare qualche minuto in ritardo per mangiare un boccone, tanto per primo suona quel “one man band” australiano… Xavier Rudd mi pare si chiami… e già qui la prima sorpresa: mi trovo di fronte un ragazzo biondo dallo straordinario talento che non conoscevo (che ignorante!), che utilizza contemporaneamente chitarra acustica e slide stile Weissenborn, canta e si accompagna alle percussioni in modo stupefacente, e suona ben tre didgeridoo, quel curioso strumento a fiato degli aborigeni australiani dal barbiturico suono, montati su tre sostegni per soffiarvici senza utilizzare le mani. Un mix di ritmi folk, blues, rock, reggae e suoni della natura che vengono fuori dall’anima e che rapiscono il pubblico. La seconda sorpresa è un nuvolone scurissimo che fa da gotica cornice alle cupole della basilica di San Marco alle mie spalle, minacciando lo svolgimento dei prossimi due concerti. Ma intanto, dopo il complicato cambio di palco, arriva lei, con il suo sorriso solare, a non far pensare al peggio alle circa 2000 persone presenti… è la 67enne Joan Chandos Baez, da sempre attiva per i diritti civili. Propone una carrellata dei suoi brani più famosi, quelli impegnati e quelli d’amore, sfoderando nel repertorio anche le canzoni italiane da lei amate, come “C’era un ragazzo…” e “Un mondo d’amore” Morandi, con un carisma tale da incollare alla sedia, almeno fino all’arrivo del primo acquazzone che costringe i non attrezzati di ombrello o k-way, come me, a rifugiarsi sotto i portici. “The show must go on”… intanto schiacciata tra la gente al riparo, incontro un amico che ha un’attrezzata sala prove a Venezia, che mi racconta di aver prestato quel pomeriggio lo spazio proprio a Vinicio e la sua band… ma che fortuna, uffi! Piove fino alla fine del concerto della Baez, poi il cielo si riempie di stelle. Più di mezz’ora di preparazione del palco e arriva in sordina Capossela. La gente si riaccomoda asciugandosi la sedia, ma per poco: “Maraja” come al solito fa balzare tutti in piedi a ballare accalcandosi sotto il palco, scombussolando la vigilanza. E’ lo stesso indomabile cantautore costretto ad invitare il suo pubblico a sedersi ad ascoltare il suo nuovo singolare progetto di “fatica, tensione, bellezza”, accompagnato dal violoncellista Mario Brunello e dal violista Paolo Pandolfo. Notevole, geniale, ma resto affezionata al Capossela dell’ “una e trentacinque circa”…

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