L’Heineken Jammin Festival (20-22 giugno)

Chi ha pagato Dio? Direi che stavolta non poteva essere più clemente: i tre giorni tra il 20 e il 22 giugno sono stati graziati da cielo senza nuvole, sole battente (anche troppo, grazie), lieve brezza di vento solleticante, zanzare quasi magnanime. L’HJF visto da me, estimatrice più che intenditrice senza pretese, è tutto sommato positivo, in un bilancio di alti e bassi, delusioni e rivelazioni. Partiamo dai protagonisti. In pole position lasciatemi mettere i Police perché le emozioni che mi hanno regalato superano ogni critica. Promosso a pieni voti Sting per la voce, il fisico, il suo italiano, l’umiltà di dire a inizio concerto “mi dispiace italiani!” per la partita. Non sarò stata l’unica ad aver pensato: dispiace a noi di aver perso tempo a guardarla avendoti qui! E che dire delle imprese e dell’energia sprigionata dalle bacchette di Copeland? L’ultima volta dal vivo in Italia: e io c’ero! Rimanendo tra i veterani, i venerabili precursori del punk non mi hanno molto convinto, da reggae vestiti più che da punk, ma forse perché non ho potuto assaporare tranquillamente il concerto per la continua invasione di fan che si lanciavano oltre le transenne, per essere subito scaraventati fuori, indipendentemente dal modo in cui potevano rimbalzare: di sedere, di schiena, di testa… Premio invece i Linkin Park, brillanti, potenti, carichi, e la straordinaria versatilità della voce di Chester Bennington. E Iggy Pop? Che mito! Niente dimostrazioni del carattere oltraggioso e provocatorio per cui è noto l’“Iguana” (se non un tentativo di apertura della cerniera dei pantaloni o il tuffo sulle casse), niente sanguinosi tagli sul petto come una volta, ma ugualmente spettacolare e travolgente nei suoi 61 anni a torso nudo. E l’atteso Vasco nazionale (con i suoi numerosi sosia al seguito tra il pubblico)? Poco da dire: grinta, spontaneità, coinvolgimento come sempre, né di più né di meno. Certo che lui può esibire tranquillamente una bella panza oscillante che tanto lo amano lo stesso. Non se lo può permettere invece l’adorabile Alanis Morrisette, visto lo sguardo perplesso del pubblico al momento della sua uscita per gli evidenti chili in più che non le impediscono corse e giravolte sul palco, calcato a distanza di 12 anni dal successo di “Jagged little pill”. Non hanno fatto una bella figura i Queens of the Stone Age, non per l’esibizione stoner rockettara, ma per lo sfoggio delle uniche parole imparate in italiano dal cantante, “Ti rompo il .…”. Finisco con un messaggio per l’organizzazione: quasi tutto all’altezza della situazione, complimenti. Ma i prezzi? Che, scherziamo? Il gelato a 3 euro, il panino o la piadina a 5, ma soprattutto l’Heineken, neanche da mezzo, a 5! Un po’ esagerato per essere la festa della birra: è forse una tecnica per scoraggiare dal bere troppo? Non ha funzionato…

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