L’Ofelia di Antonio Marras

L’invito è un inno alla caducità delle cose belle, insieme ad esso una provetta d’acqua glitterata in cui galleggiano il nome dello stilista ed una leggerissima Ofelia di Millais. Data la mia venerazione per la “bianca Ofelia”, non posso resistere, affronto la pioggia ed il traffico e mi dirigo in Fiera, pronta a riempirmi gli occhi di bellezza.

Ogni mia previsione si rivela fondata: mentre Suzy Menkes prende appunti su ogni look, imbacuccata in una dubbia giacchetta purple, io seguo il sogno di Marras, risalendo la corrente di un morbido fiume di stoffa color pervinca, giallo e geranio – molli vesti su cui giace Ofelia. Sullo sfondo acqua che scroscia, in passerella ninfe avvolte in quei drappeggi patchwork-chic a cui solo lo stilista sardo sa dare vita. Sulle note de “La Canzone di Marinella” sfila l’ultimo outfit – una nuvola bianca con uno strascico lungo alcuni metri. La modella incede lentamente, incespicando nella lunga coda: “E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno come le rose”. Buio. Poi uno scroscio d’acqua ristoratrice, sulle note di una versione rock di “Over The Rainbow” sfilano tutte le modelle – ecco che gli abiti di prima son divenuti costumi da bagno retrò. Applausi.

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